Pericoli sentimentali

Il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione, dir troppo.
L’amour n’est RIEN sans sentiment.
Et le sentiment est encore MOINS sans amour.
Dio mio, Dio mio! dissi meco – e questo uomo sarà egli marito di questa donna?
STERNE, Viaggio sentimentale
(trad. it. Ugo Foscolo)

 

I. L’esposizione dei fatti: un gallo silvestre

Dove l’Autore, dichiarati i suoi intenti di verità narrativa, espone il luogo, il tempo e i modi dell’azione, e il primo inizio degli avvenimenti sociali e psicologici che porteranno non poche conseguenze nella sua vita e in quella di qualcun altro.

Vorrei che mi credeste. Quello che sto per dire è così vero che assolutamente non posso prevedere che voi non mi crediate. Quello che io ora scrivo è una fantasia della memoria, qualcosa che ho deciso di dire per convincermi che questa non può essere davvero la questione della mia vita, parte prima. Vorrei che mi credeste se vi dico che quella mattina, un giorno di tarda primavera, camminando per la strada di ***, io ebbi come un solletichio, una prima sensazione che qualcosa di sbagliato stava per pizzicarmi la vita.
Camminavo, e dietro alle spalle c’era la piazza con la chiesa. A sinistra la più antica casa, con i suoi pilastri quadrati e ben massicci, rossi di mattoni appena sgretolati dalla pioggia, dal vento, dalle polveri di strada. “Casa del pozzo” si chiamava quella cosa di un ipotetico Settecento, unica traccia antica di un villaggio sereno e benestante, esploso in case di mostruosa cubatura, scatole orgogliose, cubi pingui, geometrici testi della barbara felicità dei contadini allevatori di pesche e di actinidie, di fatiche e di successi, di amicizie e di tutele di partito.
La Casa del pozzo, umida, massiccia, stava lì contro la strada stretta, e i camion che passavan le mattine la sfioravano senza pudore, senza timore di sbriciolarsi lo specchietto su quei pilastri frusti, e belli.
Mi piaceva, la Casa del pozzo, ora che un guizzo comunale le aveva regalato fotoelettriche esclusive, gialle, calde. Al crepuscolo, i negozi chiudevano in un concertino di fracassanti serramenti, e quelle luci da tramonto artificiale coloravano le tre volte a botte: dichiaravano che lì, nonostante la piattezza di quel normale giorno di lavoro che finiva, che lì c’era un cuore antico di villaggio, l’umido pozzo dove i nonni (che dormivano tranquilli nelle tombe di famiglia) attingevano l’acqua quotidiana, l’acqua che nutriva il pane della gente.
La sera, le luci accarezzavano con devozione la fontanella che spuntava al centro del vecchio porticato, l’ultima budella di metallo che ancora affondava un suo meandro dentro il pozzo, liquido cunicolo di un tempo. Non aveva una funzione, il verdissimo toret. Non zampillava, il suo rubinetto, la sua goccia non cadeva. Testimone simbolico e impotente di una funzione insufficiente e inconcludente. E la pozza d’acqua sul suo fondo non assicurava niente, nella marcescibile sua stagnante eternità.

La stagnante eternità. Anch’io stagnavo, e di continuo, anche. Stagnavo anche quella mattina, camminando con la signorina ***, per un normalissimo tragitto. Le cinque di un giorno di festa, lei era già leggera, con le gambe nude, e rideva di semplicità. I primi metri di quel corridoio che stavamo a percorrere servirono a capire che avevo pochi metri per qualcosa, per precipitare un qualche cosa che avrebbe cambiato le due vite. Prima, sulla piazza, lei era la sola femmina, di nuovo, circondata dai ragazzi del villaggio. Bella di antica grazia femminina (poco bella forse per chi non legge mai Gozzano), lei era bruna, e rapida nei gesti, e furba, furba. Rideva e s’aspettava il mio momento, il momento dell’uomo che veniva da latitudini straniere.
Allegri, stupidi, abbandonati a seduzioni principianti, dicevamo niente, finché io:
– Sai, ‘sta gonna è brutta, ma è fatta apposta per il tuo bellissimo culetto.
Ecco, che ho detto. Stupido, volgare, ed eccitato. Ma mi piaceva, la sua pelle nuda, la gonna grigia con le righe bianche che si fermava sopra il ginocchietto, la gonna fuori moda che fasciava il suo culetto rustico e intrigante, risposta ad interrogazioni universali, macchina per fibrillazioni erotiche urbane e suburbane.
– Ah siiì? – mi fa lei ridendo ghigliottina – Come ti permetti, ehi?
E ride e guarda e intanto abbiamo fatto già dei metri, in strada, con tutti che camminano nel sole. Io mica penso se mi sentiranno, sono abbandonato al mio rituale, al primo assalto, al primo infrangersi degli equilibri.
Ecco, le ho detto la parola prima. L’infrazione prima al codice della permessa carreggiata.
Lei, un giorno, ha cominciato a prepararsi alla parola prima. Ha sciolto i capelli, si è pettinata allo specchio, di corsa ma, a suo modo, a lungo. Prima di dormire mi ha pensato, divertita. Poi per qualche giorno niente. Aveva qualcos’altro per la testa. Poi è venuto il giorno delle calze. Prima di uscire, la mattina, sbuffando, correndo, senza farsi un po’ di doccia, infilando nel primo piede la sua calza, il nylon nero, si è fermata.
– Oggi fa caldo – ha detto piano per non svegliar nessuno – Oggi le calze non le metto più.
Io l’ho vista quel giorno, era seduta; ed io ero in piedi, che compravo. Aveva quella gonna da due lire, assurda e birichina. E ginocchia rotonde, nude.
– Sì ti ho vista, cosa devo dire? – non le ho detto.
La grande stanza dove mi trovavo aveva un’eleganza di provincia ormai moderna. Vetrate grandi intorno, pulite, trasparenti, vive, perché la civiltà oggi è il pulito, il limpido, qualcosa che non ferma nessun sguardo. Il negozio di sinergie casalingo-alimentari s’apriva sulla piazza, con tutto il suo corredo di prodotti, un po’ di tutto, e tutto buono ma non soddisfacente. A destra le verdure, due o tre tipi, raccolte bene in singole cassette, verdure colorate, vive, impertinenti; girando, la vetrina, con confezioni speciali di cioccolatini, con in omaggio il bianco coniglietto di peluche, con la berretta blu e dietro la sua tasca piena di colorati (blu) tardo-pasquali ovetti. Girando, giù a sinistra la surgeleria, con yogurt, latte, formaggini mii. Girandosi alle spalle in fondo, oltre la profondità del megastore paesano, vedevi l’imponenza della chiesa, l’altro elemento sacro dell’ambiente, oltre ai consumi intorno lì presenti. Avanzando, come in corteo nuziale verso la facciata, io dentro ancora in quella prorompente drogheria, passavo ai beni di consumo voluttuario: le pile, le lampade, i panni e i pannolini; i detersivi, le cere, le candele; i ceri, voluttuosi, quelli, per davvero, per le tombe, rossi, perfetti, turgidi, vogliosi di bruciare eternamente nella veglia eterna: su questo, disegnato da una mano pia, c’è il volto sempre caro della vergine Maria; sull’altro, un poco più terreno, la guancia placida, rotonda e flaccida del papa buono, di Giovanni XXIII, il più simpatico e popular di tutti. È quasi terminato, lo zoom sul grande magazzino, perché alla destra c’è il bancone coi salumi, e la mamma di lei, il boss della pizzicheria, che là sta muta, con occhi piccoli che ruotano incessanti, radar della marina militare. Quella è la torre di atterraggio e di controllo, la plancia di comando dello spaccio, il cuore del destino della merce, l’area per arginare ogni sbandamento. Poco più in là, una sintetica versione di cartoleria, con quaderni, e notes e biro Bic da far restar la voglia di parlare solamente.

Qui nessuno ha mai voluto scrivere, e urtare la natura. Qui c’è il ciappetto, il pissipissi, il chiacchiericcio spiccio, la burla sulla piazza, il conversar del più o del meno. Se vengo fuori dalla tana, se vengo a fare la mia spesa, ci vengo per un abboccamento, per caccia grossa di conversazioni ad alzo zero, per un bla bla che ingoi qualche mezzora. Ecco, perché me n’esco, anche con illusioni di gaiezza! Esco per adescare una parola.
Quella parola che a me non mi veniva. Preso un finocchio, una lattina rossa di caffè Lavazza, un the schifoso in busta commerciale, un chilo di patate e tre panini, stavo lì in piedi, in posizione che avrei potuto dire, sì, ideale. Davanti, più nessuno. Dietro, nessuno, è un’ora intellettuale, la gente ha già finito la ronda di approvvigionamento. Io sono lì, vi dico, in piedi, che penso e che non dico, e lei disegna. Sa che son lì, e disegna. Su un notes di quelli che le rimangono invenduti. Quanti anni avrà, diciotto, venti? Potrei mai giudicarla dai suoi denti? Oh, sì, vorrei farmi azzannare… Disegna un pupazzetto, la testa tonda, gli occhi, il naso e tre, quattro spinaci sulla testa. Il collo, le braccine, il petto, le gambe con nei piedi due scarponi, e tra le gambe… un cazzettino!
– Buongiorno! dice alzando ora i suoi occhi – Come va?
– Io? Io bene, insomma e lei, gli affari?
– Oh, come sempre, non ci vogliamo lamentare. E lei?
– Io sono qui per il fine settimana, ho preso una casa, fuori, verso la collina…
– Ah, siiì? Allora abbiamo un nuovo nel paese!
– Per ora, poi vedremo…
– Vuole pagare subito, ha un po’ fretta?
– No, no, io vorrei solo…
– Ah, sì, mi scusi, che cretina, appoggi qui la roba, che le faccio il conto.
Come se se ne uscisse da un isolamento un po’ infantile, ha già strappato il foglio col disegno, è nel cestino. Le gambe, scoperte e colorite, si sono un poco aperte, mentre si girava. Le mani, piccole e perfette, hanno le unghiette con smalto un poco sbrindellato, e battono sui tasti la mia cifra:
– Novemilacinquecentocinquanta!
È bella? Mi sorride, ha i capelli neri, tagliati in modo provinciale, assurdo. E gli occhi furbi, erotici, pericolosi. Pago, – Grazie e a presto! – dice, ed esco.
Mi piace, forse – penso -, la ragazza. Un potenziale erotico insaccato dentro un involucro goffo e artigianale. Ho visto tutto, fino in fondo. Fino alla caviglia piccola e nervosa, fino alla schiena morbida del piede, a quello zoccoletto traforato da infermiera, luogo comune d’ogni perdizione immaginaria. E vago un po’ smarrito nella piazza, con il sacchetto di rifornimento in mano. Umano, troppo umano, sbando, mi infilo dentro il bar. E dico, credo:
– Un caffè, vi prego, datemi un caffè!