Alex, nella sua ingenuità, accoglie favorevolmente l’occasione di essere “curato”. Ha una tale fede nell’indistruttibilità della sua libido da considerarsi perfettamente in grado di tener testa agli esperti statali di comportamento. Gli praticano l’iniezione di una sostanza che gli induce una nausea violenta, e la nausea è di proposito associata alla visione forzata di film indicibilmente violenti. Ben presto non riesce più ad assistere a un episodio di violenza senza provare un violento attacco di nausea. Dato che anche l’atto amoroso è stato per lui qualcosa di meramente aggressivo, ecco che perfino vedere una partner sessualmente desiderabile gli scatena una nausea insopportabile. È costretto a camminare sul filo di una “bontà” imposta. La società si rallegra del risultato e già guarda con ottimismo a un millennio privo di criminalità.

Quello che cercavo di esprimere è che è meglio essere malvagi per propria scelta che essere buoni grazie a un lavaggio scientifico del cervello. Quando Alex ha il potere di scegliere, sceglie soltanto la violenza. Ma, come dimostra il suo amore per la musica, ci sono anche altri ambiti nei quali può scegliere. Nell’edizione britannica del libro –  non in quella americana e neppure nel film  –  c’è un epilogo nel quale si vede Alex crescere, imparare a provare disgusto per il suo vecchio modo di vivere, pensare all’amore come a qualcosa di più di un gesto violento e arrivare a immaginarsi un giorno marito e padre. La strada, quindi, è sempre stata aperta: alla fine è lui a scegliere di  imboccarla. È stato un’arancia molto aspra e amara. Adesso si riempie di qualcosa di paragonabile a una dignitosa dolcezza umana.

Siamo tutti portati a utilizzare la parola “male” senza essere disposti a definirlo. Non è proprio un sinonimo di “cattivo”, poiché non possiamo dire di un’arancia che è male, se non come figura poetica, e nello stesso modo non possiamo definire una performance di violino un male. Di sicuro, inoltre, male non è sinonimo di “sbagliato”. “Giusto” e “sbagliato”, lo sappiamo, sono parole con riferimenti quanto mai variabili. Ci servono quindi termini assoluti, come “bene” e “male”. Il nostro atteggiamento nei confronti del bene curiosamente è vago e non impegnativo o poco sentito; siamo più abituati a sentirci dire di non commettere il male che incoraggiati a fare il bene.

Il male è sempre male, e potrebbe essere concepito forse come qualcosa di fondamentalmente distruttivo, una negazione voluta e deliberata della vita organica. È sempre male ammazzare un altro essere umano, anche se talvolta è giusto farlo. Quasi certamente è male uccidere un organismo vivente, fossero anche i manzi e le pecore che ci servono per il nostro nutrimento. Essere carnivori non è né giusto né sbagliato, quanto meno nella società occidentale: è qualcosa dal significato neutro. L’induismo percepisce a tal punto la sacralità di qualsiasi forma di vita da opporsi all’idea di ammazzare un essere vivente, sia per cibarsene sia, addirittura, per difendersi da esso. È lecito utilizzare una zanzariera, ma non è lecito ammazzare gli insetti. Ho visto alcuni lavoratori hindu  sobbarcarsi grandi fatiche soltanto per prendersi cura del benessere di forme di vita striscianti estratti dalla vanga o dalla pala.

Tutti noi abbiamo nel nostro immaginario o tra i nostri ricordi qualche immagine del male dal quale è esente qualsiasi giustificazione seppure piccola – quattro giovanotti sghignazzanti che si accaniscono a torturare un animale, una gang di stupratori, i vandali a sangue freddo. E da ciò pare  conseguire che condizionare con la  forza una mente – a prescindere da quanto sia buona l’intenzione sociale – debba essere male.

Anthony Burgess su A Clockwork Orange (1962)

traduzione Anna Bissanti