Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:
“E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?”
“Vuoi che te lo dica?” replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. “Fra tutti i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo, che veramente mi vada a genio.”
“E questo mestiere sarebbe?…”
“Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.”
“Per tua regola, disse il Grillo-parlante con la sua solita calma, tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione.”
“Bada, Grillaccio del mal’augurio!… se mi monta la bizza, guai a te!”
“Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!…”
“Perché ti faccio compassione?”
“Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno.”
A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scagliò contro il Grillo-parlante.
Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crì-crì-crì, e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio (1883), capitolo IV. La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa piú di loro.

Paolo Poli legge “Le avventure di Pinocchio” (Rai Radio3)