Sognavo di congedi di abbracci da trentenni:
ero stato in disparte li guardavo ridere parlare
bere birra avvolgere cartine scambiandosi
bustine di tabacco un rito per passare le ore insieme
non ero di loro con loro ma ero lì
e alla fine quando se ne andavano
come i soli che scrollavano sui social
per non crollare ancora, rinviare un po’ il momento
non ce l’ho più fatta ad essere lo stronzo solitario
il cool lo stoico che si sente astante in ogni istante
e ho allargato le mie braccia
ho deciso che ero debole ferito
ho chiamato l’abbraccio di una sconosciuta
e ho singhiozzato senza più ritegno
ho inzuppato di lagrime i cuscini.

Prima sempre in quel sogno
cercavo di spiegare in un discreto inglese
quanto in Moby Dick di Melville
ci fosse tutta la disperazione umana
il dolore senza più rimedio
la rabbia la lotta per sentirsi vivi uccidere
dare la caccia ad esseri innocenti
animali ibridi bambini (Sweet Tooth la serie Netflix)
la solitudine in un branco
l’inutile del tutto in ogni cosa.

Matteo mio figlio ritorna dopo tanti anni
malinconico anche lui com’ero io
ricercatore di struggenti ineffabili momenti
Franco Battiato maestro che ci ha accompagnato
per anni e anni con musiche e parole
che non possono trovarci una consolazione
se non in questo andare verso l’Uno
rifarsi essenza volatile impalpabile
dimenticando i corpi ed ogni attaccamento.

Ora che la paura di morire sfuma
(lo spettro che ci ha ricordato il virus nella pandemia)
è come se tutti si sentissero più soli
ora che ci rivediamo tocchiamo riabbracciamo
ci parliamo vedendoci nel volto
è come se tutti quanti volessero partire
per dove? libertà? viaggio? che cosa?
muoversi agitarsi stordirsi rilevando
che abbiamo la tristezza di invecchiare
di vederci il volto deformato floscio
ingobbiti indolenziti con i capelli bianchi.

La mia avvocata amica pianifica con me
come suicidarci prima di finire derelitti:
una iniezione di veleno, addormentarci?
buttarci – dice lei – nel vuoto
per un’ultima emozione estrema?
E verifichiamo che la morte in ogni caso
sarà alla fine, dataci da noi o ricevuta,
ancora un gesto di violenza estrema
sapere che sarà l’ultimo istante
del non poter mai più tornare indietro.

Il raglio del palato molle il russamento
un po’ ha interrotto il pianto disperato
che non mi liberava altro che impotenza
umiltà nel dichiararmi bisognoso
sapendo che lo sfogo è innalzare la bandiera bianca
che la consolazione è solo una consolazione
che scrivere di me non serve a voi
che fare musica, far arte, è solo un dire un privilegio
per chi non riesce a esprimere un bel niente
e scappa, o resta e ride, e fa il suo cerchio
intorno al fuoco di una sera buia
intorno al ritrovarsi tiepido ogni tanto
prima di accucciarsi dentro il letto
e di sognar daccapo che non c’è rimedio
all’abbandono alla ricerca di un rifugio
un altro nido dove regredire bimbi
sperando in una dolce protezione.

E la mattina ci svegliamo stanchi
e dobbiamo vivere quest’altro giorno
sino in fondo.

© Daniele Martino 2021 | proprietà letteraria riservata