ego, ego go

Così notte dopo notte
sono arrivato al muso contro muso
con un ego, il “mio”, che non conosco
con una costruzione di giudizi e pregiudizi
che mi han reso voce che si sente in un deserto.
Se frugo e scavo in una verticale
trovo solo metri ancor più bui
deiezioni e defezioni di dolcezze
che ho scacciato per determinare convinzioni
etici costrutti che non stanno in piedi
orfani di ascolti abbracci erotico sublime.

Quindi il mio “chi sono” lo dichiaro imploso
ne contemplo sparse schegge dure e molli
brandelli di opinioni coerenze di esistenze
che non ho fatto esistere
costante a un protocollo che semina le assenze.

Per principio quindi comincia il mio tacere
non come astuzia del parere saggio
ma come una accensione dell’ascolto
di un farsi particella d’altre particelle
per stare un po’ a vedere
non chi sono o chi sarò
ma se infine un qualcosa con un po’ di me vivrà.

Lo so – e chiedo scusa – che parlo e parlo
mentre dichiaro di restare muto
ma datemi almeno un tempo per mutare
per ora rilevate solo il suono delle sillabe
nell’aria, tenete solo quella che vi piace.

© Daniele Martino 2021 | proprietà letteraria riservata

il fiore di Golosone

La tradescantia virginiana caerulea plena (o “miseria blu”) è una protagonista della serie tv Netflix Sweeth Tooth, tratta dai graphic novels del canadese Jeff Lemire (2009/2012 i primi 6 volumi, il 1° luglio 2021 esce il nuovo book, The return). Gli spietati “ultimi uomini” la distruggono ovunque spunti, perché germoglia in presenza del contagio virale che ha sterminato gran parte dell’umanità, in coincidenza con una nuova generazione di ibridi bambini-animali che vengono cacciati e perseguitati come “untori” dagli adulti sopravvissuti. Il tenero “golosone” del titolo è G.U.S. un bambino-cervo che si avventura nel mondo post-apocalittico dopo che anche il suo padre adottivo si è ammalato ed è morto. Nella tradizione popolare l’erba miseria porta sfortuna.

© Daniele Martino 2021 | proprietà letteraria riservata

fino in fondo

Sognavo di congedi di abbracci da trentenni:
ero stato in disparte li guardavo ridere parlare
bere birra avvolgere cartine scambiandosi
bustine di tabacco un rito per passare le ore insieme
non ero di loro con loro ma ero lì
e alla fine quando se ne andavano
come i soli che scrollavano sui social
per non crollare ancora, rinviare un po’ il momento
non ce l’ho più fatta ad essere lo stronzo solitario
il cool lo stoico che si sente astante in ogni istante
e ho allargato le mie braccia
ho deciso che ero debole ferito
ho chiamato l’abbraccio di una sconosciuta
e ho singhiozzato senza più ritegno
ho inzuppato di lagrime i cuscini.

Prima sempre in quel sogno
cercavo di spiegare in un discreto inglese
quanto in Moby Dick di Melville
ci fosse tutta la disperazione umana
il dolore senza più rimedio
la rabbia la lotta per sentirsi vivi uccidere
dare la caccia ad esseri innocenti
animali ibridi bambini (Sweet Tooth la serie Netflix)
la solitudine in un branco
l’inutile del tutto in ogni cosa.

Matteo mio figlio ritorna dopo tanti anni
malinconico anche lui com’ero io
ricercatore di struggenti ineffabili momenti
Franco Battiato maestro che ci ha accompagnato
per anni e anni con musiche e parole
che non possono trovarci una consolazione
se non in questo andare verso l’Uno
rifarsi essenza volatile impalpabile
dimenticando i corpi ed ogni attaccamento.

Ora che la paura di morire sfuma
(lo spettro che ci ha ricordato il virus nella pandemia)
è come se tutti si sentissero più soli
ora che ci rivediamo tocchiamo riabbracciamo
ci parliamo vedendoci nel volto
è come se tutti quanti volessero partire
per dove? libertà? viaggio? che cosa?
muoversi agitarsi stordirsi rilevando
che abbiamo la tristezza di invecchiare
di vederci il volto deformato floscio
ingobbiti indolenziti con i capelli bianchi.

La mia avvocata amica pianifica con me
come suicidarci prima di finire derelitti:
una iniezione di veleno, addormentarci?
buttarci – dice lei – nel vuoto
per un’ultima emozione estrema?
E verifichiamo che la morte in ogni caso
sarà alla fine, dataci da noi o ricevuta,
ancora un gesto di violenza estrema
sapere che sarà l’ultimo istante
del non poter mai più tornare indietro.

Il raglio del palato molle il russamento
un po’ ha interrotto il pianto disperato
che non mi liberava altro che impotenza
umiltà nel dichiararmi bisognoso
sapendo che lo sfogo è innalzare la bandiera bianca
che la consolazione è solo una consolazione
che scrivere di me non serve a voi
che fare musica, far arte, è solo un dire un privilegio
per chi non riesce a esprimere un bel niente
e scappa, o resta e ride, e fa il suo cerchio
intorno al fuoco di una sera buia
intorno al ritrovarsi tiepido ogni tanto
prima di accucciarsi dentro il letto
e di sognar daccapo che non c’è rimedio
all’abbandono alla ricerca di un rifugio
un altro nido dove regredire bimbi
sperando in una dolce protezione.

E la mattina ci svegliamo stanchi
e dobbiamo vivere quest’altro giorno
sino in fondo.

© Daniele Martino 2021 | proprietà letteraria riservata

la pura turgida calla

È fiorita la mia Zantedeschia elliottiana (originaria dell’Africa nord-orientale), detta anche calla gialla o giglio del Nilo. In greco antico καλός significa “bello, eroticamente attraente”). Nel linguaggio dei fiori rappresenta il simbolo della bellezza pura, semplice. Simboleggia fratellanza, rettitudine, eternità. I gigli e le calle sono gocce di latte delle mammelle di Hera, così invidiati da Afrodite per la loro purezza che la dea dell’eros pose al loro centro un turgido sensuale pistillo giallo

lo so che dovrei farlo

lo so che dovrei farlo
attraversare lo spreco di uno struggimento
lasciare andare una persona inafferrabile
che a intermittenza m’ama e poi disama
che gira e gira sempre nel suo labirinto
come una topolina intelligente cieca ed agitata
che per orgoglio e per terrore mai ci va
là dove l’innamorato dito le indica un’uscita

nel mio secondo mezzo secolo

nel mio secondo mezzo secolo
direi che questo l’ho capito:
l’amore non è il debilitante pendolo
del tutto-o-niente-niente-o-tutto
l’amore è costruire una nostra cattedrale
fuori me e fuori te
con fondamenta noi
con arti complicate
con arti meditate
con arti conservate
stratificando da qualcosa
quel qualcosa in più, per oggi
e poi qualcosa in più del più di ieri
senza un sempre e un mai
dentro un intimissimo presente